m.
[Tutto è fermo intorno, io solo potrei muovermi.
Perlustro con gli occhi i visi dei passanti, tra essi vedo il tuo, mamma.
Sei giovane, un'età tua che non ricordo più. Si dice che le mamme non abbiano età. Da bambino te le vedevo tutte, la vita era lunga un giorno, moriva col sonno e risorgeva al risveglio. Nel corso del giorno tutte le età ti venivano al viso, nessuna si fermava un'ora. Tu eri il sempre, nascevi la mattina, morivi la sera, comparendo e disparendo dalla stessa porta, conducendo la luce del mattino e riportandola via dietro di te la sera, lasciando una piccola striscia di lume sotto la porta che chiudeva male.
Tutte le età in un giorno: dev'essere difficile essere guardati con tanto errore da un figlio e mai saperlo.
Dev'essere stato impossibile da indovinare il cruccio del bambino che non vuole dormire: non io morivo nel buio ogni sera, ma tu. Allora sul bilico del sonno ti tenevo per nome stretta nei denti e nelle mani chiuse e tuffavo gli occhi all'indietro. Stavamo sott'acqua un attimo e poi rispuntavamo insieme nel sogno. Così ti salvavo ogni sera. E quando provavi pace a vederlo finalmente dormire non potevi sapere lo sgomento di entrare nella corrente dei suoi sogni. Forse addestrano al mondo. Certo il tuo era un bambino poco adatto a farsi intendere e forse poco disposto. Una fioritura di reticenze preparava la sua identità.
Dritta nella schiena, estranea al viavai, questa era la tua camminata per la strada. Allora ero d'accordo con la tua fermezza. Tenevi a bada il popolo rischioso e lo solcavi come si traversano le linee. Possedevi in te un salvacondotto. A tavola si ripetevano ogni giorno racconti di cose accadute, cattive, brutali. La fitta di violenza entrava nei sonni, gli incubi non avevano bisogno di inventare niente. Nella città l’aggressore deponeva ogni cautela, mentre toccava al passato apprendere le regole della destrezza per non essere derubato, ferito.
Guardo la tua faccia: tu guardi. Strano che in strada tu posi lo sguardo su qualcosa. Stai fissando l’autobus.
Sei già scesa dal marciapiede, ma tieni i piedi uniti, non stai cercando di attraversare. Sembra che ti sia fermata di colpo. Non ci sono vetture in arrivo. Una luce forte filtra bianca e densa, forse da nuvole alte. Che non sia più fotografia lo capisco dal naso. Tu guardi avanti a te un punto dell’autobus che ti si è parato di fronte. Non hai la faccia di vento. Chiamavo così la tua espressione quando svelta passavi per strada, perché era come quella di chi esce incontro allo scirocco. Gli zigomi spingevano la pelle a stringere le palpebre, i nervi ti coprivano la faccia più che il velo a un’araba.
Tu stai fissando qualcuno e non pensi alla strada. Ci sono occhi in certi quadri che seguono lo spettatore ovunque esso si sposti. E così per me adesso: tu guardi e io ho l’impressione di essere guardato. Allora inghiotto a secco, ho un brivido di freddo. La sedia è diventata dura e un vetro sta tra noi, vetro di autobus. Io ci sono seduto, sono voltato al finestrino e tu guardi me. Non mi riconosci. Sono un entrato nella sessantina e tu hai la metà dei miei anni.
È possibile, perché il possibile è il limite mobile di ciò che uno è disposto ad ammettere. Accade e non mi confonde. Sento che è già avvenuto, altrove. In altri momenti, so adesso, ti ho visto attraverso il cancello di un giardino di San Giorgio a Cremano da una veranda rincorrere i tuoi fratelli intorno a un tavolo da pranzo ed esserne rincorsa.
Ho già visto attraverso. Non è come la vita dei giorni, che non cura schermi, è come la vita improvvisa dei momenti che si rivela., ma con la precauzione di un diaframma, sia esso fotografia, cancello, finestra o lacrime agli occhi. Sono il figlio, l’estraneo il cui profilo si è semplificato tra il vetro di un reparto di maternità che divide il nato dalla madre e il vetro di un finestrino di autobus.
Non mi conosci.]
Erri De Luca
| inviato da
il 21/10/2006 alle 10:58 | |